Cosa pensi?

Cosa pensi davvero, quando sei solo, quando ascolti le tue imperscrutabili profondità, quando non devi piacere né compiacere?

Quali pensieri ti appartengono veramente e senti autentici, quando essi vagano indisturbati nella tua mente… e puoi volare dove vorresti farlo, soffermarti sulle persone o situazioni che si affacciano nella finestra della tua anima… ed una silenziosa lacrima fa capolino.

Quali emozioni percepisci? Le ascolti o allontani, come fossero inappropriate, come disturbassero il tuo “quieto vivere” e la tua rassicurante quotidianità. Le senti tue? Lo senti che ti appartengono come il tuo nome ed il ritmo del tuo respiro che ti distingue da tutto il resto del mondo?

Cosa pensi quando non pensi? Quando un torrente ruba lo sguardo e le sensazioni, quando l’alba illumina un nuovo giorno, quando il silenzio cosmico ti entra nelle vene?

Cosa avverti quando senti davvero? Quando i rumori sono lontani e realizzi che a volte sei solo al mondo, e ancora, cosa pensi quando sei disperato o triste?

A volte ci sentiamo indifesi rispetto alle domande autentiche ed alle risposte che ne possono scaturire, abbiamo paura di dirci ciò che davvero sentiamo.

A volte abbiamo semplicemente paura di noi.

Don Renzo

Don Renzo è il parroco di un paesino di periferia del centro Italia. Fin da bambino ha desiderato diventare sacerdote, ed oggi, da adulto, è completamente “calato” nel ruolo: indossa sempre l’abito talare, chiede ai fedeli di rispettare le regole (almeno due ore di digiuno e confessione prima della comunione ecc.), predilige una funzione molto cerimoniosa, con canti preferibilmente in latino ed il “signore pietà” in greco (kyrie eleison)… dispensa la comunione con il “baldacchino”, i seminaristi che frequentano la parrocchia si vestono rigorosamente in abito talare e clergymen, chierichetti solo maschi.

Durante l’omelia domenicale si vanta di aver distrutto la statua di un Buddha perché brutto, grasso, perché esiste un solo dio: tutto il resto è paccottiglia e bugie.

Tutta questa liturgia ed integralismo stride con un popolo decisamente “lontano”, i frequentanti sono infatti il 5% circa della popolazione.

La difesa ad oltranza di un ruolo riconosciuto e percepito come “prestigioso” fatto di divise, orpelli e “gradi” nasconde spesso il bisogno di essere riconosciuti, di sentirsi importanti, di una “carica” specifica in un  mondo che in realtà è “altrove” ed una chiesa interreligiosa, che abbraccia ed accoglie i fedeli piuttosto che chiedere loro di adeguarsi a precetti che risultano formalità bizantine, in cui si è perso completamente di vista il profondo significato di un messaggio evangelico. Se il Cristo facesse visita a questa parrocchia (probabilmente) direbbe: “ma che avete capito? Io sono altrove!”

Assenza

Italy, Lombardy, Varese

Vorrei essere presenza nei momenti importanti della tua vita… quando la felicità è una brezza leggera, o quando il dolore ti immobilizza e senti il bisogno di qualcuno che ti sollevi, oppure nei gesti quotidiani, il caffellatte del mattino, i tuoi silenzi e la solitudine esistenziale che a volte senti, le emozioni che non sai esprimere. Vorrei essere lì, proprio allora, nel momento in cui tu hai, avrai bisogno di me…

Ma sono consapevole che questo desiderio è illusione, una qualche forma di delirio, perché è assenza ciò che perlopiù ti dono, perché a volte non troverai la mia mano in fondo alla tua, né capirò ciò che senti, e non vedrò quella piccola lacrima né udirò il tuo silenzioso dolore o il tuo nascosto sorriso quando ti sentirai autentica.

Ti regalo allora la mia assenza, una presente assenza, perché sarò in qualche modo con te, in te, tra le pieghe dei tuoi pensieri e nella forza di rialzarti ogni volta, ché nei miei anni ho capito che soltanto la morte mette definitivamente la parola fine e che la vita è spesso ricominciare ed aggiungere un passo ad un altro, e cucire giorni ai giorni…

Forse ti peserà la mia assenza, come a me pesa la tua e non trovo parole per dirti quanto, anche se sento in me la tua voce, anche se le nostre mani si sfiorano, anche se la mia presenza, a volte, ti pesa.

Si fa come dico io!

Le situazioni si evolvono indipendentemente dalla nostra volontà, spesso ci troviamo dove mai avremmo pensato, sperato oppure soltanto immaginato. A volte vogliamo che la nostra vita percorra le strade che abbiamo stabilito, che le persone la pensino come noi, che accada ciò che abbiamo desiderato.

È una modalità che investe molta energia per direzionare noi, gli eventi, le persone in una direzione che ci rassicura, senza imprevisti, senza alternative che non siano state attentamente valutate ed approvate, in un mondo semplice, lineare…

È un retaggio che appartiene alla nostra infanzia, dove un presente stabile, rassicurante e prevedibile era coinditio sine qua non per il benessere individuale, per portare ordine dentro di noi. Diventando adulti, un mondo interno organizzato e coeso permette di pensare alla complessità, di affrontare i mille imprevisti dell’esistenza con la consapevolezza di farcela grazie ad una sufficiente autoefficacia; ma se la nostra psiche è disorganizzata, fragile, spesso in situazioni difensive, abbiamo bisogno che almeno il mondo “lì fuori” sia chiaro e lineare ed in bianco e nero.

Io voglio, io decido, io ho bisogno sono le richieste (deliranti) di adulti che non sono ancora diventati grandi, incapaci di guardare alla vita facendosi prendere per mano, di osare il nuovo, di abbracciare il diverso. Di andare oltre.

Senso di colpa

Alcune persone si sentono perseguitate dai sensi di colpa, non sono in grado di uscire da questa sensazione schiacciante ed in qualche modo “invalidante”.

Chi si colpevolizza lo fa in ogni ambito della propria esistenza, per un qualsiasi motivo, da una formica schiacciata accidentalmente a pensieri che “non dovrei avere”.

Viene da molto lontano, il sentirsi in colpa, di solito da adulti che ci volevano bravi, accomodanti, adattati ed hanno utilizzato i sensi di colpa come strumento efficace (anche se distruttivo) per arrivare al proprio scopo: avere un bravo bambino/a, educata, accondiscendente, che fa esattamente ciò che gli chiedi.

Crescendo si tende a reiterare modalità conosciute e ben collaudate trovando un partner che invece che “liberarci” (ci) vincola ancora una volta schiacciandoci con nuovi e sempre antichi sensi di colpa.

Il processo manipolatorio si attua attraverso un “circolo infinito”, con qualcuno che attiva il senso di colpa, la vittima che si “aggancia” sentendosi in “difetto” e confermando che si, ancora una volta è colpa sua… la richiesta di perdono è automatica, come impellente è il bisogno di tornare ad essere accettati, “puliti” attraverso l’espiazione che porta alla purificazione. Ma subito, un altro senso di colpa torna a chiudere le ali, ad impedire di esprimere il sé autentico, ad ascoltare la propria esistenza che chiede invece di fluire senza barriere, di alzarsi in volo, di esistere.

Grillo giudice

L’intervento di Grillo a difesa del figlio accusato di violenza sessuale riflette una mancanza di paternità.

Ogni uomo deve sottostare alle leggi che la società si è data, che servono a convivere pacificamente e mettere dei confini tra il lecito ed il non lecito. È compito della funzione paterna (agita da un padre o da una madre) far rispettare le norme sociali che vanno oltre agli interessi personali (il cielo stellato dentro di me, la legge morale SOPRA di me diceva Kant).

La prima legge che un padre fa rispettare è il complesso edipico, la determinazione del proprio ruolo di partner affettivo e sessuale con la madre, che è un ambito nel quale il figlio viene escluso.

Un padre dovrebbe condannare un figlio se questi è colpevole, può accogliere il suo errore, continuare ad amarlo, ma il gesto va condannato senza se e senza ma (la ragazza ha aspettato otto giorni prima di denunciare…). Se non siamo in grado di fare ciò come padri, come società, avremo (abbiamo?) una civiltà di bambini incapaci di comprendere le conseguenze dei propri gesti, di adulti che vogliono rimanere bambini e godere senza responsabilità.

Essere perfetti

Molte persone (soprattutto donne) si sentono in dovere di essere perfette, di avere una casa pulita ed in ordine, le cose al posto giusto, tutto sotto controllo, anche i propri pensieri…

È proprio il desiderio di controllo che fa sentire inadeguati, per il fatto che, in fondo, non possiamo controllare (quasi) nulla, una lotta senza fine tra le cose come sono e come vorresti fossero, una distanza incolmabile tra la realtà ed il “delirio” di una perfezione controllata (e che ci controlla) che è sempre un po’ più in là.

È un’esistenza complicata quella di chi ha la testa sempre piena di pensieri che si rincorrono in un loop infinito in cui si cerca di controllare ogni alito di respiro, incapaci di accettare il fluire dell’esistenza, incapaci di spegnere i pensieri e lasciare che il vuoto dia possibilità al nuovo che arriva, poiché nuove consapevolezze nascono quando vi è spazio per esistere e la bellezza si manifesta nel silenzio, come la notte è necessaria per una nuova alba.

È la nostra parte bambina che vorrebbe essere sempre “bella”, immacolata e non accetta di commettere alcun errore, apparire più che accettabile agli occhi di adulti giudicanti e spesso svalutanti.

Una perfezione che non è mai compiuta, un gioco relazionale in cui il non sentirsi mai all’altezza è funzionale per essere controllati da chi lo vuole fare. Introiettando questo adulto controllante e giudicante il soggetto fa sue queste ingiunzioni e diventa prigioniero di dinamiche patologiche.

Tutto scorre

Panta rhei, tutto scorre sosteneva Eraclito 2500 anni fa, uno scorrere in cui siamo inesorabilmente immersi.

Osservando un fiume che si muove ritmico e sempre differente senti inesorabile il desiderio di immergerti e lasciarti trascinare dalla corrente. Puoi anche solo stare a guardare, ma il tuo corpo si sporge, il rumore calmo e melodioso dell’acqua ti chiama, ci chiama.

Come tornare alle origini, a quell’acqua da cui tutti gli esseri viventi nascono, quel liquido caldo che ci ha avvolto nelle prime settimane dal nostro concepimento, quella situazione in cui vorremmo tornare, ritornare.

Come andare sott’acqua per non percepire la tempesta che, là fuori, imperversa e destabilizza, per non sentire le urla ed un mondo che a volte non ci piace, pur facendone parte. Un mondo che viviamo da stranieri, quasi di passaggio.

Stare sott’acqua dove il tempo si ferma, ed il respiro ci basta, dove lasciare tutto ed entrare in un’altra dimensione, fuori dal tempo, soli con noi stessi ed i pensieri che restano in superficie come gocce che si infrangono sul pelo dell’acqua.

Sentirci autentici anche se per il tempo di un respiro, percepire il nostro sé che si espande, che fiorisce, ascoltare l’autenticità della nostra esistenza, sentirci coesi, autentici, integri, finalmente trasparenti.

Pomp@@no al femminile

Tutti conoscono molteplici e “colorati” termini che rappresentano il sesso orale praticato ad un maschio, parole allusive ed illusive, da pompino a chinotto… ma il sesso orale dedicato ad una donna, come si chiama? … esiste solo una parola, in latino (cunnilingus) che dice molto relativamente alla sovrastruttura culturale fallocentrica rispetto alla pratica del sesso orale.

Sappiamo bene quanto le parole rappresentino e siano simboliche rispetto ad una realtà: più parole per la stessa cosa = situazione mooolto importante; una sola parola (ed in più in latino) = situazione poco significativa, quasi “scientifica”, come un botanico nomina le piante… Come se non avesse diritto di esistere, come se non fosse importante, così da dedicargli una parola in italiano, una parola che narri il significato, che rappresenti.

Le parole sono importanti diceva qualcuno, ed attraverso le parole possiamo riconoscere, dare dignità oppure svalutare, denigrare, giudicare.

Possiamo decidere quali parole utilizzare ed attraverso di esse, che rappresentano (spesso) i nostri pensieri, le convinzioni ed i valori, cambiare la storia, la narrazione del femminile e della relazione che gli uomini hanno con essa.

Woman just one day

A volte gli uomini si chiedono cosa farebbero se fossero nel corpo di una donna anche solo per un giorno… per lo più dichiarano che si toccherebbero le tette o proverebbero a masturbarsi per capire come “funziona”, oppure vorrebbero avere un rapporto sessuale per capire cosa si prova a “stare dall’altra parte”.

Sono in fondo tutte proiezioni di pensieri maschili riversati su di un corpo (più che nella psiche) femminile ma se DAVVERO provassimo ad “abitare” la dimensione femminile, cosa scopriremmo?

Magari la paura a camminare da sole per strada,

oppure il disagio di uomini che ti fischiano dicendoti “ciao bella!”,

oppure gli schiaffi che fanno così male (anche dentro) di un compagno violento,

oppure le “mani morte” nel culo in un tram affollato,

oppure il dover decidere se un “outfit” è adatto o no,

oppure i ricatti sessuali del capo in ufficio,

oppure gli sguardi che spogliano di un collega morboso,

oppure dover faticare molto per far valere le proprie competenze,

oppure la meraviglia della maternità,

oppure…

Sperimentando sulla propria pelle queste situazioni probabilmente gli atteggiamenti, comportamenti, pensieri dei maschi sarebbero differenti: più attenti, più rispettosi. Oppure potremmo cambiare il mondo ugualmente, anche senza provare l’esperienza di essere donna…