Lontano da me!

A volte siamo stanchi di stare con noi stessi, vorremmo essere altro, o altrove, allontanarci da noi anche solo per un giorno oppure per settimane, spogliarci di pesantezze e pensieri ricorrenti e perlopiù nocivi… e librarci finalmente leggeri nel cielo, dove guardare tutto da lontano, come se il mondo fosse in un’altra dimensione e niente, nessuno potesse turbarci.

Ci percepiamo disgregati, noiosi, incapaci, fragili, inadeguati, smarriti… e vorremmo che tutto questo non fosse così: desideriamo in fondo essere diversi, forse migliori, comunque differenti.

A volte ci sentiamo estranei a noi stessi, come se questa esistenza ci appartenesse soltanto in parte, solo per alcuni aspetti, mentre per altri ci sembra di non essere davvero noi, come quando ascoltiamo la nostra voce registrata che ci sembra così differente, così strana… ma davvero quello/a sono io?

Davvero quello che si riflette nello specchio sono io?

Sono proprio io quella persona di cui ho ricordi lontani e sfuocati? Mi appartiene davvero quella pelle che non mostra minimamente le ferite, quegli occhi lucidi e di un colore che non saprei, quelle rughe che racchiudono millanta momenti intensi, puri, complicati… ed i pensieri che non so esprimere.

Davvero quello, quella, sono io?

Uno su mille ce la fa!

Piacciono molto le storie di uomini e donne che sono partiti da fango per arrivare all’olimpo dei vip (very important person), al successo. Accende la speranza di chi si sente un perdente, il sogno che un giorno il destino ti illumini e ti doni il biglietto per la prima classe, dove essere (finalmente!) qualcuno, dove essere visto, riconosciuto, cliccato.

L’attesa del momento di gloria, della visibilità contraddistingue la vita di molti, che vorrebbero essere altro rispetto alla loro vita percepita come insignificante, come se la felicità fosse sempre nel futuro (convinti che il meglio debba ancora arrivare) e non qui ed ora, in una vita semplicemente perfetta nella sua quotidianità.

Se diventerai come me, (ma sarà impossibile e questo lo sappiamo entrambi) allora sarai sicuramente felice… alcuni scimmiottano personaggi dello spettacolo, dello sport imitando il loro modo di fare, il look, nella speranza che prima o poi si accenda quella luce che li veda “on the stage”.

“O sei qualcuno o non sei nessuno” è una convinzione che causa disagio e senso di inadeguatezza, quel pesante mantello che spesso ci portiamo sulle spalle fin da bambini, quel fardello che noi soltanto possiamo toglierci di dosso. Nessun altro è in grado di farlo al posto nostro …  neppure con milioni di like.

Facciamo finta che…

Chi ha qualche capello bianco, dopo aver letto il titolo avrà canticchiato il celebre motivetto con “tutto va ben, tutto va ben” …

La dimensione del facciamo che… tipica dei giochi infantili è fondamentale per sperimentare un “frame” (cornice ed ambito ben definito) dove ci sono regole chiare che contemplano necessariamente la sfera del “possibile”, dove l’illusione (da in-ludere cioè come se fosse un gioco) rende autentici i nostri desideri, le paure, i sogni, le speranze.

La sperimentazione del gioco è molto importante sia per i bambini che per gli adulti; questi ultimi, però, dovrebbero saper distinguere situazioni in cui è possibile, preferibile e funzionale attivare il “gioco” da situazioni in cui è necessario invece sperimentare il reale.

Spesso gli adulti fanno finta che le cose vadano bene per evitare di affrontare situazioni che richiedono fatica, decisioni, cambiamenti importanti e talvolta irreversibili, un po’ come la rana che rimane nella pentola anche se l’acqua si riscalda perché incapace di percepire una situazione pericolosa.

Una profonda e chiara consapevolezza porta sempre all’azione (pur tenendo conto delle resistenze): se percepisco che la mia relazione è disfunzionale posso interromperla, se capisco che sto facendo qualcosa che non mi appartiene posso dire “no!”. Ci sono dei momenti in cui diventa chiaro che nulla sarà più come prima.

Da lì si parte, da lì si spicca il volo…

Grazie

Grazie a quello sguardo prezioso, insostituibile, che ci fa sentire degni d’amore e di esistere, a chi ti guarda attraverso gli occhi e non soltanto con gli occhi.

Grazie a quelle parole senza giudizio, in cui ogni parte di te è accettata e può esprimersi.

Grazie a quei silenzi pieni di significato, che si possono riempire di pensieri impensabili, delle parole indicibili… che permettono l’espandersi della nostra essenza.

Grazie per aver compreso le richieste di aiuto o vicinanza, che a volte escono con un suono cacofonico e distorto.

Grazie per aver(mi) capito oltre le parole ed i gesti, per aver letto dentro di me, grazie a chi si sofferma nelle pagine del libro della nostra vita, quelle che sistematicamente saltiamo, a chi guarda con amore le tue ferite, a chi ti fa capire che è pieno di significato ciò che vivi.

Grazie a chi ti tiene per mano per condurti dove senti essere il tuo posto nel mondo, dove senti di essere autentico.

A volte ci perdiamo nelle mille strade della nostra esistenza, ma alla fine la vita torna sempre nei soliti “luoghi”, in quelle braccia che ti hanno accolto e protetto, dove hai sperimentato ed ancora senti qual calore, amore, che ti permettere di percorrere le vie a volte fredde, sovente buie del nostro percorso…

Essere esclusi

Ogni uomo deve gestire, sopportare, possibilmente superare la dimensione dell’esclusione.

Non possiamo essere tutto, il tutto per un’altra persona, per i nostri genitori, amici o per la nostra partner: ci sono relazioni, situazioni, emozioni da cui siamo esclusi, che non conosciamo e non conosceremo.

Spesso quando diventiamo padri veniamo in qualche modo esclusi dalla dualità madre-bambino che trasforma la nostra relazione affettiva da duale a triadica.

È un passaggio necessario, che dovremmo aver già sperimentato nella nostra infanzia, quando diventiamo consapevoli che non siamo il tutto per nostra madre, per nostro padre, che loro sono una coppia romantica e che noi siamo esclusi da questa dimensione.

È complicato, per alcuni molto, accettare di non essere l’unico oggetto d’amore di una donna, di un uomo, in una relazione sana abbiamo bisogno ma non siamo nel bisogno.

Diventa quindi tre il numero perfetto, io, tu, noi… che delinea relazioni affettive aperte e “creative”, nel senso che creano nuova vita ma che permettono la manifestazione dell’autenticità di ciascuno, uno spazio che coniuga protezione ed apertura, esplorazione di sé, dell’altro, della relazione, una casa con la porta sempre aperta, lui e lei che sono finestre sul mondo e non specchi che riflettono la propria immagine, i bisogni, le paure, le aspettative.

Siamo la coppia più bella del mondo

Alcune persone idealizzano il proprio rapporto di coppia ed il partner, sentono di essere la “coppia più bella del mondo”, convinte che lui/lei è perfetto/a, la persona giusta per me, come se davvero esistesse, tra miliardi di persone, quella giusta per noi…

Una certa dose di idealizzazione, soprattutto nella fase dell’innamoramento, è tollerabile, poiché spesso investiamo l’altro/altra di tutte quelle aspettative, immagini, narrazioni che ci accompagnano fin da bambini: sogniamo la principessa o il principe, oppure l’uomo bello e dannato, o la donna “mantide” … il nostro “oggetto” d’amore viene rivestito da aspettative ed illusioni in modo così potente da non riuscire più a riconoscerlo. Lui/lei ha la tentazione di adeguarsi perfettamente a queste idealizzazioni: una maschera che si adatta perfettamente al viso.

L’idealizzazione è un sistema di difesa, uno specchio deformante che non ci fa vedere ed affrontare la realtà per come si presenta, uno “strumento” per non conoscere davvero il partner con le sue fragilità ed incongruenze, con i suoi lati oscuri.

Idealizzarlo ci permette di non incontralo nella sua straordinaria normalità… ma la sfida dell’amore è l’incontro autentico, con occhi che diventano finestre da cui far entrare luce e non specchi giudicanti, idealizzanti.

L’Amore chiede di svuotarci un po’ di noi per fare spazio all’altro, lasciando che il suo sé fluisca, si esprima, si trasformi.

I nostri ricordi

I nostri ricordi sono scrigni segreti nascosti in fondo al cuore: luoghi, persone, situazioni, profumi che sono in noi, con noi.

I nostri ricordi sono fardelli di cui a volte non riusciamo a liberarci: sguardi severi, abbandoni, ferite dell’anima che non ci lasciano mai.

I nostri ricordi a volte sono ingombranti, sembrano appiccicati come colla che non riusciamo a togliere neppure lavandoci.

I nostri ricordi talvolta sono tossici, riempiono la mente ed impediscono di aprire le ali ed alzarci in volo.

I nostri ricordi ci accompagnano in ogni luogo, ed è impossibile fuggire da loro.

I nostri ricordi riaffiorano come bolle che salgono dall’acqua esplodendo quasi silenziose sulla superficie… e nessuno può impedire che ciò accada.

I nostri ricordi sono passato che è sempre presente: immobili, bellissimi ed immutabili, sono quella mano nella mano, il sorriso di lui, di lei, un figlio che ti sorride, il sole primaverile, la neve silenziosa che magicamente scende dal cielo.

I nostri ricordi sono solo nostri e possiamo decidere di non condividerli.

I nostri ricordi sono prati dove tornare scalzi e nudi, luoghi segreti che hanno conosciuto soltanto la nostra presenza.

I nostri ricordi sono preziosi e cari e qualche sera ci culliamo in loro addormentandoci tra le loro rassicuranti braccia.

Oggi come ieri

Elia è un uomo sulla cinquantina, un piccolo imprenditore con due figli di cui uno maggiorenne, nessun problema economico ed una vita che scorre inesorabile e ripetitiva da sempre. Conosce la moglie da trent’anni, si è sposato quasi per inerzia tant’è che non le ha mai detto “ti amo” e non l’ha mai baciata con passione. Una vita a fare sempre le stesse cose, a dire le stesse frasi, ogni giorno uguale a quello appena passato ed al prossimo… relazioni affettive con la moglie e con i figli dove il dialogo è inesistente.

Elia non coglie neppure la profonda insoddisfazione che lo fa sentire a disagio ma a cui non sa dare un nome, una collocazione; egli sostiene che la sua relazione non è poi così “terribile”, che rimane con la moglie per il “bene” dei figli, per gli amici di entrambi e di sempre, le solite e piccole quotidiane certezze che gli danno molta sicurezza.

Elia non ha la forza, il coraggio di cambiare la propria situazione, di prendere in mano la sua vita poiché non vi è distanza tra ciò che desidera e ciò che ha, egli ha smesso da tempo di sognare, di osare, nella paura di rompere equilibri precari, immaginarsi un luogo o situazione differenti da quelli che vive ed è sempre uguale a sé stesso, perché il mondo attorno (e dentro) a lui rimanga immobile ed immutabile.

I nostri luoghi del cuore

Cerchiamo tutti una “home”, uno o più luoghi del cuore, nel cuore.

È la casa dove siamo nati, il prato dei nostri giochi infantili, lo sguardo di nostra madre, di nostro padre, le risate pulite dei compagni di giochi, la scuola che abbiamo frequentato.

Sono quei luoghi dove ci percepiamo autentici, uguali nel tempo nonostante siamo sempre diversi, “on the road”: la spiaggia dei nostri giorni più lieti, il sentiero percorso molte volte, momenti dove abbiamo vissuto situazioni straordinariamente normali oppure provato emozioni uniche.

La ricerca di un “luogo sicuro” caratterizza i soggetti fin dalla loro infanzia, il neonato infatti è “programmato” per cercare e trovare qualcuno che si prenda cura di lui così da avere buone chance di sopravvivenza. Careseeking è quel fenomeno, atteggiamento che ciascuno di noi sperimenta inconsciamente fin dai primi istanti di vita.

Alcune persone tengono i propri “luoghi” dentro di sé e percepiscono il bisogno di esplorare il mondo alla ricerca di nuovi e forse sempre antichi o conosciuti spazi dove sentirsi a casa, altri sentono il bisogno di stare nei luoghi “di sempre” dove probabilmente sono stati felici, come a riassaporare quei momenti, come a cercare antiche certezze, ché l’andare significa sempre smarrire qualcosa, spogliarsi di una parte di noi, perdere un po’ l’equilibrio.

Cos’è rimasto di noi?

… dei ragazzi convinti di avere il mondo in mano? Di quel futuro pieno di successi e pienezza?

Dei migliori amici per sempre, degli amori per tutta la vita, dei sentimenti che credevamo eterni, di quelle emozioni potenti ed a volte contrastanti, dei primi baci e della scoperta dell’amore?

Dove sono finite le certezze di un futuro migliore, la convinzione che saremmo stati felici, che in fondo bastava una vespa e qualche lira in tasca, sentire il vento tra i capelli, il sorriso di lei, di lui.

E la società migliore che volevamo costruire partendo da noi, gli ideali che così velocemente si sono sgretolati tra le nostre mani, caduchi come i soffioni che da bambini facevamo volare lontani… che ne è rimasto?

E l’odore dei quotidiani al mattino, il profumo di tiglio e sambuco, dell’erba appena tagliata in estate ed i prati dove ci siamo ruzzolati, dove sono le infinite partite e “chi fa l’ultimo vince?”, la scuola il primo ottobre, le maestre antiche, a volte arcigne, le lucciole nelle sere calde e le ciliegie rubate?

Dove ci siamo nascosti, ragazzi? Dove sono oggi i nostri sogni, le speranze… dove?