Il tocco di Dio

Il celebre dipinto di Michelangelo che affresca la cappella Sistina rappresenta ed evoca molteplici riflessioni.
Tra queste possiamo percepire la profonda umanità dell’artista, un uomo che perde la madre a 6 anni e che sicuramente ha sperimentato l’angoscia, il dolore profondo dell’abbandono che impedisce di abbracciare la vita, affrontare il futuro con speranza.
L’atteggiamento inequivocabile di Adamo con un corpo spostato all’indietro ed un dito per nulla proteso a Dio che gli si avvicina per donargli la vita è un grido silenzioso e potente che l’esistenza talvolta non è per nulla un dono ma un peso: il desiderio di sparire, dissolversi nel tempo, è un’esperienza molto personale e diffusa.
Capita di voler abbandonare una vita che non abbiamo chiesto, talvolta pesante, insopportabile e con giorni intrisi di dolore. Accettare questi momenti, i giorni bui come inevitabili, ci permette di comprenderli e ridimensionare il desiderio di felicità totale che domina questi anni.
Se io potessi andare, me ne andrei… possiamo dirlo a labbra quasi socchiuse, per poi assaporare davvero dei momenti in cui, invece, vogliamo rimanere… esattamente dove siamo.

Non sto bene ma non lo so

Franco è un uomo sulla cinquantina con un matrimonio alle spalle ed un secondo con due figli adolescenti; è un professionista ben retribuito, la moglie insegnante, i figli non danno particolari preoccupazioni. Nessuna difficoltà economica.
… Ma Franco non sta bene, lo si nota dal suo sguardo a volte assente, dai silenzi che parlano, soprattutto dal fatto che non dice mai che non sta bene, non lo condivide con la moglie, neppure con gli amici più cari. Franco sopravvive pensando di vivere: desidera forse una vita differente ma che non osa immaginare, per non sentire la distanza dalla vita reale a ciò che vorrebbe davvero, senza avere il coraggio di immaginarlo.
La “negazione” è un meccanismo difensivo molto efficace, considerato “primitivo” perché radicato negli spazi più profondi della nostra psiche, un “antibiotico psicologico” che serve ad annientare l’angoscia e non guardare in faccia le emozioni che non vogliamo sentire né tantomeno affrontare. Senza desiderio non c’è mancanza ed i giorni di Franco scivolano veloci tra impegni di lavoro, sport dei ragazzi, vacanze da programmare.
In quale parte del cuore di Franco è nascosto, sepolto quel ragazzo che ha osato la vita, esistere e rischiare?

Ti ha solo rotto il naso

Il servizio delle iene sul caso di Chiara Balistreri, vittima di violenza verbale, psicologica e fisica da parte dell’ex fidanzato Gabriel pone gli stessi interrogativi che da anni animano i racconti di troppe donne.
La posizione della madre di lui: “non ti ha fatto nulla di male, ti ha rotto solo il naso” apre delle riflessioni sul ruolo e sulle responsabilità dei genitori di uomini maltrattanti.
La posizione di difesa ad oltranza di un figlio determina l’incapacità di conoscere i confini del bene e del male, di sentirsi autorizzati a tutto, a voler far propria ogni cosa, ogni persona… Un figlio idealizzato ed investito di un “amore” che ha amplificato all’inverosimile il suo delirio narcisistico. Per la madre (ma il padre dov’è?) il figlio è totalmente buono, da difendere ad ogni costo, parte integrante di sé, come Chiara è parte imprescindibile di Gabriel, che la possiede, che gode del suo disagio e non permette che lei si allontani da lui.
È questo “amore” di una madre che tutto perdona, di un padre che probabilmente attiva le stesse modalità relazionali, a diventare terreno fertile per un uomo prigioniero dei propri mostri che vede parti di sé nelle persone che incontra.
La lotta al femminicidio inizia da valori educanti.

https://www.iene.mediaset.it/video/nina-qualcuno-fermi-quell-uomo_1354268.shtml

Ma che ne sanno…

Ma che ne sanno le persone che ti passano accanto e neppure si accorgono della tua esistenza, che ne sanno del ghiaccio che a volte ricopre il tuo cuore o dei pianti soffocati da sorrisi abbozzati. Cosa sanno della fatica di andare avanti, quando le gambe sono pesanti e la strada, i sentieri, sono nascosti da nebbia fitta.
Capita di sentirsi soli, anche in mezzo a tanta gente, al mattino appena svegli, di quella solitudine chiamata vuoto esistenziale che sembra un baratro su cui ti affacci e non vedi assolutamente nulla e quando gridi percepisci soltanto l’eco delle angosce.
Capita di sentirsi soli in ufficio o a cena, in un letto a due piazze, ad un concerto o ad un pranzo di nozze. Quella solitudine in cui ti senti nudo ed intorno è davvero freddo, i colori sono opachi ed il sole non riscalda nemmeno un po’… quella solitudine che non è feconda ma sa di vuoto, un vuoto a volte pervasivo.
I giorni non sono tutti uguali e davvero tutto ha un inizio ed una fine, dove “fine” è solo attesa di un nuovo inizio e forse (forse) c’è sempre una nuova primavera.

… e questo basta

Un bambino cresce piano, atteso ed amato ancora prima di vedere la luce, una creatura che dona al mondo speranza nel futuro.

Un abbraccio silenzioso, in un tempo che si dilata… e senti che questo ti basta ad essere felice.

La profondità della solitudine, amica e compagna del tuo percorso.

Un viaggio in auto sotto la pioggia battente quando ti senti un po’ al sicuro, in un mondo a volte difficile.

Una canzone ascoltata per caso che ti riporta in un attimo nei ricordi vivi di cui percepisci chiaramente le emozioni, come se il tempo non consumasse i ricordi né i giorni.

Sentire di esistere, abbandonato nelle acque del mare o accarezzato da un tiepido sole autunnale, il silenzio della neve, il tocco ruvido e freddo delle rocce dolomitiche, l’odore della terra.

Sembra “poco” ma basta a percepire la vita scorrere in te, a capire il valore dei momenti, in una cornice di senso di un giorno o di tutta la vita… Quasi sempre basta poco davvero e ciò che conta è spesso a portata di mano. La consapevolezza nitida e distinta che i nuclei di sofferenza non contaminano del tutto la nostra anima.

Perdere o lasciar perdere

Vi sono delle consapevolezze che danno senso all’esistenza, spiegano l’origine del disagio, della tristezza profonda che percepiamo e a cui non sappiamo dare una cornice di significato, una causa. Come se i sintomi avessero sempre una spiegazione logica ed univoca e non fossero in realtà un mix spesso non distinguibile di necessità, storia personale e familiare, dna, dinamiche sociali.

Accettare le perdite è una delle consapevolezze che dona un benessere intimo, autentico, come quando piove e ti trovi nelle acque profonde del mare: la pioggia non ti bagna e tutto è così naturale e pieno di senso… La vita è fatta di perdite, di persone che se ne vanno per qualche giorno o per sempre, di oggetti smarriti, situazioni vissute che appartengono al passato, illusioni crollate…

Accettare di lasciare andare le persone, le cose, le situazioni permette di guardare all’essenziale e di non disperdere energie in ciò che non possiamo trattenere né tantomeno controllare anche se vorremmo tenerle con noi, nella certezza che sono nostre, nella speranza che rimangano per sostenere le nostre fragili identità.

Paradossalmente, nel momento in cui siamo capaci di lasciare andare, apriremo lo spazio per nuove scoperte, consapevolezze, situazioni e bellezze di cui non conoscevamo l’esistenza.

Forse, allora, ci sentiremo felici.

Disturbo narcisistico di personalità

In questi ultimi anni si parla molto di disturbo narcisistico di personalità, detto “narcisismo” ma inappropriatamente, perché le persone sono molto più del proprio “disturbo” cui sono affetti per una parte o per tutta la vita.

La fase narcisistica del bambino è fondamentale per sostenerlo in un mondo complesso, a volte spaventoso, in cui si sente fragile ed indifeso… esso attiva delle “illusioni di grandiosità” che lo sostengono, lo conducono verso l’adolescenza e poi l’età adulta dove le illusioni diventano delusioni che si attraversano, quando la realtà appare in tutta la sua forza, ma grazie alla propria autoefficacia (sono consapevole di farcela) si affronta e si supera.

Alcune persone rimangono “incastrate” nelle illusioni, in un mondo in cui sono supereroi e grandiosi: alcuni uomini e donne vanno alla continua ricerca degli “occhi della madre” che ti guardano come fossi la persona più importante del mondo. I narcisisti si rifugiano spesso nelle professioni e nei ruoli ritenuti “importanti” poiché vogliono sentirsi apprezzati agli occhi della gente: sono avvocati, commercialisti, politici, imprenditori, persone che indossano una divisa. Per il narcisista gli altri esistono solo in quanto specchi in cui riflettersi ed a cui si chiede di rimandare un’immagine di delirante grandiosità.

Chi è affetto da disturbo narcisistico di personalità desidera essere nei tuoi pensieri, ma tu, nei suoi, non ci sei mai.

Il vento d’autunno

A volte vorresti che il vento fresco e limpido di ottobre togliesse tutte le foglie che vuoi perdere, che con la forza delle folate portasse lontano situazioni che desideri allontanare da te.

Quando le giornate diventano di un tenero fresco e senti il bisogno di una tisana ed po’ di fuoco, di cullare i pensieri e stare in silenzio, lasciando andare le preoccupazioni. Una coperta morbida e calda può essere una buona campagna per qualche ora, per lasciarsi abbandonare al mondo dei sogni, dove si liberano i tuoi demoni o i desideri che non esprimi, neppure a te.

A volte vorresti che la neve ricoprisse prati e strade, rendendo tutto uguale, di un candore che riflette ed amplifica anche quella tenue luce che regala l’inverno… smettere di correre, amplificare i pensare e stare male… aspettare la primavera che riaccende il mondo e le piccole speranze che coltiviamo anno dopo anno, quelle che ci tengono in qualche modo vivi e fiduciosi in un futuro differente, forse migliore: il sorriso di tuo figlio che si riaccende dopo tanto tempo, una donna in attesa, una mano calda che accarezza i tuoi capelli bianchi…

Tutto ha un senso, se lo guardi da lontano.

Il male fa male

Il dolore che percepisco è inevitabile e mi costringe a diventare grande, ad essere un adulto e accettare che cieli azzurri e tersi oppure tempeste di pioggia e vento sono momenti diversi della stessa stagione, a volte dello stesso giorno.

La sofferenza che percepisco è inesorabile e non conosco relazione senza un nucleo di dolore, come se la bellezza non potesse esistere in maniera assoluta e totale, il sole non avesse mai eclissi, la natura selvaggia potesse anche ucciderci, il mare inghiottirci.

Il male che sento fa male ma toglie la ruggine ai pensieri su quali mi aggroviglio ed è forse questo il dolore più forte, quello di spostare orizzonti e prospettive, quando invece vorrei stare fermo a godermi la brezza leggera. Il dolore insegna, attraversarlo fa crescere.

A volte tutto sembra così chiaro

Mi piace osservare la gente, lo faccio da quando ne ho ricordo, percepire il fascino delle persone, nella loro complessa semplicità. A volte tutto è così evidente: le coppie che si amano nella loro vicinanza fisica e negli sguardi rapiti e poi quelle che si sopportano, dove non vi sono più sguardi se non distratti, talvolta silenziosi e superficiali, se non giudicanti o pieni di rabbia e rancore.

I corpi scoordinati e imperfetti, così lontani dalla “perfezione” dei filtri usati nei social, i passi incerti e gli sguardi schivi, gli accenti strani e differenti, i mille colori della pelle ed i calzini con i sandali. Tutto sembra ed è perfetto in un occhio inclusivo dove le differenze solo modi differenti di esprimere piccole parti di sé, come tessere di un mosaico che non possiamo conoscere né esprimere mai del tutto.

Non c’è nulla da capire e tutto da conoscere, spogliarsi di convinzioni e giudizi per accogliere quell’umanità di cui non sappiamo nulla, se non frammenti di verità che non riusciamo a mettere insieme nella pretesa di comprendere ciò che è davvero più grande di noi, come guardare le profondità del mare dalla superficie. Come se capire servisse davvero a qualcosa… o forse sì.

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