Ascoltare

Vi sono donne, uomini che hanno il forte desiderio di parlare di sé, della propria storia, dei successi, delle disgrazie, di quella volta che… poteva andare diversamente e cambiare del tutto la loro esistenza.

Fiumi di parole in cui chi si racconta si sente “on the stage”, protagonista di una conversazione senza reciprocità poiché non presta attenzione a te, a come ti senti davvero, ma tutto accade come in una conferenza, come se il narrarsi fosse unidirezionale ed i problemi importanti fossero soltanto i suoi, nell’incapacità di un ascolto autentico di sé e dell’altro.

Quegli incontri in cui hai la sensazione che non è avvenuto alcuno scambio, in cui alla fine ti senti triste e vuoto, in cui hai ascoltato parole “buttate lì” come gocce d’acqua sul vetro che non lasciano alcun segno, nessun ricordo… Quella sensazione di amaro in bocca, di aver perso tempo e la consapevolezza che desideri solo incontri autentici, per quanto brevi, che il tempo è troppo prezioso per buttarlo in parole vuote.

Arriva il momento in cui vuoi incontri in cui vi sia ascolto e scambio di parole “dense”, dove riconoscersi… quelle frasi, quelle sensazioni che ti entrano dentro e lasciano il profumo lieve di significato.

“Per quanto tempo è per sempre?”, chiese Alice. “A volte, soltanto un secondo” rispose il Bianconiglio.

Siamo arrivati qui, oggi ancora, a sperimentare la banalità della nostra esistenza, nella fatica di trovare ideali per cui vivere, valori che ci rendano fieri di esistere.

Donne e uomini di altri tempi hanno lottato per sentirsi parte di qualcosa di più grande, per sentirsi vivi e necessari, per sopravvivere e resistere… ma da decenni la cultura occidentale, dopo le grandi conquiste del secolo scorso, cammina guardando i propri piedi, e noi con essa. Gli orizzonti sono stretti, vicini, legati al momento e all’immediatezza che come una boccata di fumo dura qualche istante.

Cerchiamo attimi di speranza e gioia nelle storie di tutti i giorni, nello svegliarci e nel fare una doccia per non pensare… siamo in contatto gli uni con gli altri come reti neurali ma sta scomparendo il tempo della lentezza e del silenzio, dello stare assieme in un abbraccio: ci sentiamo fragili e mutevoli come nuvole… noi a dimenarci come girini in uno stagno, pensando davvero di essere eternità.

A volte vorresti un luogo sicuro ed accogliente dove vomitare quel dolore che avvolge i pensieri e le sensazioni, un vento che dirada la nebbia, tornare finalmente a vedere il sole e farsi accarezzare le palpebre chiuse, mentre un sorriso tenue si accende, inconsapevole, sul viso.

Pensieri nei primi freddi

A volte vorresti che la vita guardasse altrove, che ti lasciasse andare per la strada che desideri percorrere, che si dimenticasse di te… ma quella vita, la tua, è a dirti che ci sei e ti conduce come un torrente in piena, quasi dispettosa ed irriverente spettina i capelli, sgualcisce i vestiti, sporca le mani, ti toglie il respiro.

A volte vorresti che la vita si scordasse di te per nasconderti in una tana come un animale in letargo che si risveglia soltanto quando le api tornano a impollinare i fiori freschi ed il sole scalda, almeno un po’… ed il mondo si anima, esiste, dimentico di te.

Questa vita invece ti tiene sveglio anche in inverno, chiede di affrontare il freddo anche se non sei abbastanza vestito e quasi mai pronto… un’esistenza che appare viva soltanto nel turbinio dei giorni e delle emozioni, questa vita che a volte guardi dall’esterno chiedendoti se è la tua, se è quella in cui ti riconosci, che ti appartiene, che senti scorrere dentro.

Un dono che non hai chiesto, un atto (forse) d’amore che ti ha proiettato in questo flusso di tempo e spazio, condensato in un’esistenza la cui meta è piuttosto confusa.

Non resta che affrontare il vento contrario, il tempo che ci consuma, l’amore che a volte ci nutre, la morte che ci aspetta in ogni dove.

Cimitero

Il mondo “lì fuori”, visto oltre gli spazi delimitati del cimitero sembra così differente… qui dentro le mura sono alte e protettive, c’è silenzio e senso di pace.

Vi sono persone che si muovono tra viali con disinvoltura e delicatezza: sono uomini e donne tra loro perfetti sconosciuti che si aggirano tra le tombe prendendosi cura dei cari a cui hanno voluto bene.

Sepolcri perfettamente allineati tengono vicine per sempre persone che in vita non sapevano dell’esistenza gli uni degli altri, sono tombe apparentemente differenti che raccontano in due righe o pochi oggetti vite piene di vita.

È quasi piacevole camminare tra foto sbiadite: alcune tombe hanno fiori freschi ed altre di plastica, piante evidentemente finte ed ormai scolorite che restituiscono l’immagine dell’incuria degli umani e dello scorrere lento ma inesorabile del tempo, un tempo che cancella piano piano i ricordi dei vivi, e ciò che sono stati.

C’è un susseguirsi di momenti dilatati ed immobili nei cimiteri, come essere sospesi in una dimensione dove tutto è inesorabilmente passato e la morte pareggia i conti e le differenze sociali, un luogo sacro ma lontano dalla frenesia dei giorni, dalle angosce e dalla rabbia, uno spazio solo apparentemente fisico dove regna “sora nostra morte corporale”, che esorcizziamo e dalla quale incoscientemente fuggiamo.

Emozioni ambivalenti

Laura vive delle emozioni ambivalenti e contrastanti con il marito Aldo, che sta male. Prova affetto, si prende cura di lui ed è protettiva ma in fondo lo detesta perché si percepisce dipendente dal suo umore, dai suoi bisogni, dal dolore che pervade le loro giornate, la relazione. Il dolore di Aldo, come neve, copre ogni aspetto del loro rapporto, silenziando i suoni, annullando i colori e rendendo conflittuali le interazioni: lui occupa tutti i pensieri di Laura, i momenti personali e quelli di coppia, Aldo ed il suo dolore sono il centro di gravità del loro esistere.

Questa sofferenza tinge di nero l’esistenza di entrambi, rendendo opachi i colori della vita, grigie le emozioni, determinando una tristezza di fondo di Laura che probabilmente vorrebbe soltanto non esistere, scappare lontano da lui, da tutto.

Questi conflitti sono una pentola a pressione per la psiche di Laura: il senso del dovere di una moglie “devota”, che rimane vicino nella cattiva sorte, i sensi di colpa se dovesse smettere di occuparsi di lui sono zavorre potenti che limitano, annullano il proprio bisogno di benessere, del sentire di esistere nello scorrere della propria esistenza, di momenti per sé e per le passioni che ha del tutto accantonato.

Tutto finisce

“Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma”, diceva Antoine de Lavoisier, il padre della chimica moderna.

Tutto scorre, (panta rei) sosteneva molti secoli prima il filosofo Eraclito.

Siamo in cambiamento, in movimento interno ed universale, ospiti di una terra che gira su se stessa e contemporaneamente ruota attorno al sole, un pianeta del sistema solare che è un punto nella nostra galassia…

Siamo in continua trasformazione: stasera non saremo più le persone di stamattina eppure, nonostante ciò, vorremmo rimanere immobili, situazioni prevedibili, ignorando che in fondo tutto ha una fine.

Siamo individui finiti, destinati per lo più all’oblio del tempo: finiscono gli amori amati e le amicizie importanti, finiscono i giorni e le primavere, i momenti speciali e gli abbracci che fermano il tempo. Finiscono le canzoni che ci fanno emozionare ed i baci in cui perdersi.

Ed è proprio questo anelito di infinito che ci fa andare avanti, scrivere poesie e fare figli, il bisogno di lasciare un segno nel nostro tempo e nel futuro per il terrore di sparire nel nulla, essere inghiottiti nell’abisso dell’oblio, come quelle vecchie foto e nomi sbiaditi nelle lapidi dei cimiteri, uomini e donne di cui nessuno ricorda l’odore o il sorriso. Forse un dio ci deve essere, che dia un po’ di speranza a questa angoscia dell’esistere.

Consapevolezze

Eccole, le consapevolezze potenti, chiare, che ristrutturano la tua visione del mondo e cambiano le prospettive, quelle che ti arrivano all’improvviso, come indossare un nuovo paio di occhiali e vedere tutto più chiaramente, comprendere le cose come stanno davvero e scoprire che sono differenti da come le hai sempre “osservate”.

Si chiamano insight, ristrutturazioni cognitive, quando dipingi la tela della tua vita con nuovi colori, più brillanti e limpidi… quando niente sarà più come prima, quando non puoi più far finta di nulla e decidere diventa necessariamente il passo successivo, significa incamminarsi verso un differente percorso… abbandonare parti di noi, preparare le valigie ed intraprendere un nuovo viaggio, ma stavolta per una meta che hai chiara.

E poi ci sono le consapevolezze che non vuoi vedere, le voci che non vuoi ascoltare, le verità che vuoi tenere nascoste ma che urlano il loro bisogno di venire a galla… e vorresti accogliere davvero le decisioni che cambiano l’esistenza, quando un sentiero, quel sentiero diventa la strada per la verità. Ma hai una paura fottuta.

Non resta che abbandonarsi al proprio cammino, assecondarlo, farsi prendere per mano, accettare che abbiamo una destinazione, ciascuno la sua… e seguirne la strada è quanto di più necessario per una felicità autentica.

Ti amo… e poi?

Che succede all’amore nello scorrere del tempo? Come si arriva alla noia, all’indifferenza, a non sopportarsi?

Come accade che le persone si amano e poi questo amore si trasforma, arrugginisce, si inabissa nel mare dell’indifferenza e del rancore e nulla sembra essere in grado di farlo nuovamente galleggiare, veleggiare trasportato dal vento?

E tutto questo accade piano piano. Senza che te ne renda conto, come la rana muore nell’acqua che diventa sempre più calda, come se il tempo con una lama sottile togliesse amore all’amore.

Quante sono le coppie che possiamo definire “riuscite”? Quelle felici di stare assieme, quelle sufficientemente “sane” dove vi è il prendersi cura, un vivo desiderio sessuale, la progettazione di un giorno o del resto della vita assieme… quante sono le relazioni in cui vi è tenerezza, complicità fisica e mentale, dove si riesce ancora a ridere assieme?

Difficile rispondere, il mondo delle relazioni affettive è oggi così complesso, inevitabile ed affascinante che tutti ne siamo attratti ma nel contempo impauriti, o disillusi, talvolta arroccati su modalità difensive (non voglio nessuno/a, mi merito un uomo con la U maiuscola) o proiettive (aspetto l’uomo giusto per me, la donna che mi completa) …

Tutti cercano risposte, desiderano amare, essere amati, nella consapevolezza che è così complicato districarsi nel mistero dell’esistenza, del vivere con l’Altro, dell’amore.

L’amore fa…

L’amore fa dimenticare che siamo fragili e mortali, ci solleva dalle miserie e grigiore della nostra esistenza, rende tollerabile l’angoscia che ci attanaglia, talvolta ci fa sentire eroi ed un po’ speciali.

L’amore ci fa sentire meno soli e malinconici, dispiega la nostra esistenza ed apre orizzonti mai visti, illumina gli occhi e dilata il tempo.

L’amore proietta i desideri, le aspettative, ristruttura le convinzioni su sé e sul mondo, rimette in moto energie assopite nelle stanze a volte chiuse della nostra psiche.

L’amore ti trasforma e si trasforma, è in movimento ed in un continuo andare, a volte ti anticipa, altre si ferma ad aspettarti, altre ancora si nasconde e vuole che tu vada a cercarlo.

L’amore talvolta fa male poiché coinvolge le nostre pochezze, le fragilità, inevitabilmente causa dolore ed è doloroso, perché l’amore ha poteri limitati e non è “magico”.

L’amore ti chiede di diventare grande, uscire dalle fiabe e posare i piedi nella realtà, significa uccidere il principe azzurro, anche quello dentro la bestia ed accettare che le principesse esistono ma soltanto nelle fiabe. Perché il mondo è pieno di persone straordinarie che si manifestano quando le guardiamo con occhi puliti.

Il Gambadilegno

Vi sono donne e uomini che “giocano” a stare male per attivare delle dinamiche relazionali evidentemente malate ma che diventano funzionali ad un bisogno di attenzioni, di riconoscimento, modalità spesso manipolatorie di relazionarsi e chiedere amore.

Io sto male quindi ho diritto a qualcuno che si prenda cura di me, che mi dia senza chiedere, qualcuno di comprensivo che mi stia vicino incondizionatamente come una madre che, perfettamente devota, si prende cura, anticipa i bisogni e soddisfa le richieste (anche inespresse) di un bambino inerme.

Il “Gambadilegno” sta sempre male ed il suo dolore è l’unico argomento di cui parlare, che valga la pena approfondire, nella ricerca di soluzioni che non ci sono mai, di guarigioni che non si vogliono trovare. L’altro viene vissuto come uno specchio dove guardarsi… il Gambadilegno non ha relazioni autentiche, non si confronta, non chiede pareri né accetta consigli, a volte è un “vampiro emotivo”: Chiede amore ma difficilmente ne dà.

Sono vittime apparenti ma in realtà carnefici che desiderano e costruiscono un mondo che giri attorno alle loro esigenze, ai loro deliri paranoici, vogliono legarsi a persone dedite che attutiscano i colpi di una realtà insopportabile, come l’utero materno protegge e dona senza pretendere nulla in cambio.