Pom@@@@o al femminile

Tutti conoscono molteplici e “colorati” termini che rappresentano il sesso orale praticato ad un maschio, parole allusive ed illusive, da pompino a chinotto… ma il sesso orale dedicato ad una donna, come si chiama? … esiste solo una parola, in latino (cunnilingus) che dice molto relativamente alla sovrastruttura culturale fallocentrica rispetto alla pratica del sesso orale.

Sappiamo bene quanto le parole rappresentino e siano simboliche rispetto ad una realtà: più parole per la stessa cosa = situazione mooolto importante; una sola parola (ed in più in latino) = situazione poco significativa, quasi “scientifica”, come un botanico nomina le piante… Come se non avesse diritto di esistere, come se non fosse importante, così da dedicargli una parola in italiano, una parola che narri il significato, che rappresenti.

Le parole sono importanti diceva qualcuno, ed attraverso le parole possiamo riconoscere, dare dignità oppure svalutare, denigrare, giudicare.

Possiamo decidere quali parole utilizzare ed attraverso di esse, che rappresentano (spesso) i nostri pensieri, le convinzioni ed i valori, cambiare la storia, la narrazione del femminile e della relazione che gli uomini hanno con essa.

Woman just one day

A volte gli uomini si chiedono cosa farebbero se fossero nel corpo di una donna anche solo per un giorno… per lo più dichiarano che si toccherebbero le tette o proverebbero a masturbarsi per capire come “funziona”, oppure vorrebbero avere un rapporto sessuale per capire cosa si prova a “stare dall’altra parte”.

Sono in fondo tutte proiezioni di pensieri maschili riversati su di un corpo (più che nella psiche) femminile ma se DAVVERO provassimo ad “abitare” la dimensione femminile, cosa scopriremmo?

Magari la paura a camminare da sole per strada,

oppure il disagio di uomini che ti fischiano dicendoti “ciao bella!”,

oppure gli schiaffi che fanno così male (anche dentro) di un compagno violento,

oppure le “mani morte” nel culo in un tram affollato,

oppure il dover decidere se un “outfit” è adatto o no,

oppure i ricatti sessuali del capo in ufficio,

oppure gli sguardi che spogliano di un collega morboso,

oppure dover faticare molto per far valere le proprie competenze,

oppure la meraviglia della maternità,

oppure…

Sperimentando sulla propria pelle queste situazioni probabilmente gli atteggiamenti, comportamenti, pensieri dei maschi sarebbero differenti: più attenti, più rispettosi. Oppure potremmo cambiare il mondo ugualmente, anche senza provare l’esperienza di essere donna…

Lasciare andare

Ci sono cose che non sono oggetti, ma elementi pieni di te… oggetti soggettivi, li chiamano, quelle situazioni, quei ricordi che ti sono appiccicati addosso, che senti appartenerti come il respiro ed il profilo del tuo viso e che a volte devi lasciar andare, come ha fatto Rose con Jack nel film Titanic. Con la morte nel cuore.

Posizione depressiva è ciò che senti quando perdi qualcosa di molto caro, qualcuno di significante: un lutto da attraversare, necessario, una strada in salita, come in salita è il giardino di casa.

La vita è fatta di perdite, già nascere è perdere la situazione intrauterina paradisiaca che tutti abbiamo vissuto e poi un continuo smarrire e trovare, riorganizzarsi e ristrutturarsi, ed ancora lasciare andare ed incontrare, in una dinamica mai a somma zero.

Sono i “momenti di passaggio”, quelli in cui c’è un prima ed un dopo e quel dopo non potrà mai essere più come prima… al di là del fiume, oltre la montagna, nella riva opposta da cui non puoi più tornare indietro.

Non resta che raccogliere le poche cose, ché nulla ci appartiene e guardare davanti, dire un altro addio ed accogliere un nuovo cammino nella consapevolezza che abbiamo un cuore grande che può contenere molto, molti.

Domande consuete…

Ancora qui a domandarsi e a far finta di niente, come se il tempo passato ed il tempo presente non avessero la stessa amarezza di sale.

Rimanere così ed annaspare nel niente, custodire i ricordi, carezzare le età, è uno stallo o un rifiuto crudele e incosciente del diritto alla felicità

Non andare, rimani, parlami di te… Dicono tanto un silenzio e uno sguardo e quindi non parlare, non dire più niente se puoi, lascia farlo ai tuoi occhi ed alle mani.

Non so dire se nasce un periodo o finisce ma sono pronto a dire “buongiorno”, a rispondere “bene” a sorridere a “salve”, dire anch’io “come va?”

…sono trascorsi tanti anni eppure sono ancora qui ad aspettar primavera, tanti anni, ed ancora in pallone.

Non andare, rimani, parlami di te, parlami di noi…

(testo tratto da “canzone delle domande consuete” di F. Guccini)

Pensatemi quando…

Come siamo presenti nel cuore delle persone che ci amano? Come vivono, percepiscono la nostra presenza? Vorremmo chiederlo, abbiamo forse paura di farlo.

Quali sono i momenti in cui sentite chiaramente la mia presenza?

… pensatemi quando le prime luci dell’alba illuminano piano e tenuamente il mondo;

pensatemi quando l’erba è verde e rigogliosa e si muove danzando come onde di vento;

pensatemi quando le foglie corrono in ogni dove, ed il vento le trascina, come la vita ci conduce in luoghi e situazioni che mai avremmo immaginato;

pensatemi quando la neve silenziosa copre ogni cosa, ché nel silenzio avvengono le cose più belle;

pensatemi quando la musica entra nel cuore e lo fa riverberare, quando una melodia ti riporta a situazioni, persone, emozioni;

pensatemi quando la solitudine entra nel cuore e pervade l’esistenza, quella sensazione amica di essere nulla, granello di sabbia nell’infinito;

pensatemi quando il solo rumore è l’acqua di un ruscello e tutto ha un senso, ogni cosa la giusta dimensione e sei felice di essere lì, in quel momento;

pensatemi tra le pieghe delle vostre rughe, ché brandelli di me sono disseminati nel vostro corpo, percepite ma mia presenza quando il sole tiepido della primavera riscalda dolcemente il vostro viso e percepite chiaramente la rinascita della natura…

Sindrome del pesce fuor d’acqua

Amedeo è un imprenditore sulla cinquantina, una moglie ed una figlia, una vita serena, lineare. Ha avuto molte e differenti esperienze professionali, tutte piuttosto positive ma… nel suo percorso percepisce sistematicamente il bisogno di un cambiamento: dopo alcuni anni che gestisce un’attività prova una latente insoddisfazione di fondo che gli fa sciogliere le vele per dirigersi verso nuovi lidi, differenti sfide.

Amedeo mi racconta quasi sorridendo di avere la “sindrome del pesce fuor d’acqua”, che il presente lo soddisfa, ma solo per un periodo determinato perché poi il suo “demone” lo chiama ad altre situazioni, a rimescolare le carte, a ricominciare da capo. Amedeo non si sottrae a questo forte richiamo, al sentirsi cittadino di nessun luogo, un “nomade” con il coraggio di abbandonare sicurezze per esplorare nuove dimensioni di sé e del mondo.

Qualcuno lo guarda con sufficienza, altri non capiscono le sue scelte, il motivo per rinunciare ad una situazione di serenità e continuità. Ma lui sorride e segue il proprio cammino, risale la corrente, assapora le acque fredde e torrenziali delle valli e quelle calde e rasserenanti del mare, si trasforma, rinasce, si sente vivo e protagonista… un pesce fuor d’acqua.

Era solo uno gioco…

Emma, Matteo ed Eleonora sono tre bambini di nove anni che giocano spesso assieme. Una sera la mamma di Eleonora chiede loro di rimanere per un pigiama party a cui sono presenti anche Max, il fratello più grande di Eleonora e la sua coetanea Sonia, di circa 12 anni.

Ad un certo punto Sonia propone il gioco chiamato “obbligo o verità” e ad Emma viene chiesto di “sottostare” all’obbligo di permettere a Max di toccarle un seno. Questo accade per due volte, nonostante la bambina si lamenti che le fa male e poi la sera stessa riferisca ai propri genitori l’accaduto. Questi ultimi si recano a casa dei genitori di Max ed Eleonora per esprimere il loro disappunto rispetto all’accaduto pretendendo la richiesta di scuse da parte del ragazzino, ma la madre sostiene che Max non deve scusarsi, che in fondo era soltanto un gioco…

… è proprio da qui, da un genitore che difende il figlio perché “non ha fatto nulla di male”, che nasce il sessismo di genere, la mascolinità tossica che poi ritroviamo nei piccoli gesti quotidiani disseminati nella quotidianità delle donne.

È proprio questa modalità, esattamente questi “valori” che ritroviamo in ufficio quando qualcuno “per gioco” tocca il culo alla collega, quando qualcun altro “per gioco” prende in giro la responsabile definendola “culona inchiavabile”, quando il collega ti parla guardandoti le tette e non gli occhi…

Iniziamo da noi, genitori e padri, a dire: no! A dire: non è un gioco… a chiedere scusa, a cambiare la cultura della sopraffazione ed i relativi comportamenti.

Possiamo, dobbiamo farlo!

Il senso del vuoto

Il vuoto, inteso come “area intermedia” tra me e l’altro è uno spazio in cui condividere, confrontarsi, sfiorarsi, una “terra di nessuno” dove uscire dalle nostre confortevoli trincee per stringerci la mano e guardare al mondo da nuove prospettive, è un luogo di incontro autentico.

Ci sono persone molto impaurite dal vuoto, che hanno bisogno che ogni cosa sia illuminata di luce intensa, che tutto sia (per loro) chiaro, uomini e donne che desiderano riempire quel vuoto che fa paura come quando ti senti cadere, quel vuoto che ci rimanda come un eco il senso (forse la nullità) della nostra esistenza, quel vuoto che amplifica il disagio e permette al dolore di espandersi, che apre orizzonti oltre al nostro sguardo, che fa emergere la nostra parte oscura, il nostro mondo interno di cui sappiamo così poco.

Quel vuoto dove le ombre si distendono, un luogo “non luogo” pieno di poesia, e musica, e bellezza.

Quel vuoto dove voglio, posso incontrare te, se anche tu provi il desiderio di incontrarci, dove io condivido parti di me e tu di te, oltre il giusto ed il non giusto, oltre il tempo che ci attraversa. Oltre noi.

Il narcisismo necessario

Si discute molto, in questi ultimi anni, attorno al tema del narcisismo, come una modalità dell’essere che esclude l’altro, crea relazioni disfunzionali che tendono alla dipendenza, all’esaltazione del narcisista, un uomo, una donna al centro dell’universo.

Eppure, vi è un periodo nella nostra vita in cui la “soddisfazione narcisistica” è fondamentale e se questa fase non viene superata le persone inseguono il “sé grandioso” per tutta la vita.

Il bambino, nei primi mesi di vita, ha assolutamente bisogno di sviluppare e coltivare un narcisismo che nutra il suo senso di autoefficacia, la fiducia nelle proprie capacità. Ha bisogno di genitori capaci di sintonizzarsi con lui e, rispondendo alle sue aspettative, lo convincano di essere “capace di tutto”, di essere in grado di raggiungere qualsiasi obiettivo, adulti in grado di assecondare questo “delirio di onnipotenza” nella consapevolezza che, crescendo, l’incontro con la realtà permetterà di mitigare questo sano narcisismo.

Se invece questa fase non viene adeguatamente supportata, il bambino, crescendo, cercherà continuamente persone che gli confermino le proprie illusioni.

Il narcisismo può essere di tipo proiettivo, quando idealizzo persone, cantanti, squadre, partiti politici oppure speculare, quando desidero che gli altri mi vedano come un “vincente”, mi considerino capace. Entrambe queste modalità evidenziano una ferita narcisistica ancora aperta e compromettono seriamente le relazioni affettive, amicali.

Abbiamo tutti ucciso Roberta

Ci risiamo. Il caso di Roberta Siragusa, la diciassettenne siciliana prigioniera di un amore che soffoca prima l’esistenza e poi la vita è l’ennesimo, ma non l’ultimo, femminicidio.

I segnali premonitori (inascoltati) ci sono tutti, come sempre: un ragazzo, Pietro, geloso ed ossessivo che alza le mani sulla fidanzata quando si arrabbia, che le impedisce una vita sociale, che vuole fare l’amore quando sente che lei prova qualche tipo di interesse per qualcuno che non è lui, come se sesso equivalesse a possesso, come piantare la “bandiera sul territorio”, su di lei la, la “sua” ragazza.

Tutto normale… “sono ragazzi” direbbe qualcuno, abituali scaramucce… la gelosia percepita come manifestazione evidente di amore intenso.

Una comunità che ha tollerato, genitori di lui che cercano di difenderlo supportando l’ipotesi che Roberta si sia uccisa con il fuoco, un fuoco che purifica, che cancella la presenza, come si potesse ricominciare daccapo dopo il “game over” di un videogioco. Il mattino dell’omicidio la stanza di Pietro è in perfetto ordine, come a dire che è un “bravo ragazzo”, come a dire “siamo una famiglia perbene”, come cercare di mettere ordine in una vita scissa e disorganizzata.

“Se mi rifiuti ti tratto come un rifiuto, ti butto giù dalla scarpata, nell’immondizia”, sembra essere il ragionamento malato del fidanzato. Così è stato.

Quando finiremo di considerare amore una relazione malata, disfunzionale, tossica? Dobbiamo dire ai nostri figli (maschi e poi femmine) che quello davvero non è amore, che se la tua anima grida il bisogno di libertà devi ascoltarla, che non sei tenuta a stare con lui perché c’è un fidanzamento “ufficiale”, che le scelte non sono mai destino e che puoi cambiare strada se senti che quella percorsa non ti appartiene più.

Ce la faremo?