Dal vetro di un finestrino

Vi sono persone che guardano la vita come attraverso il vetro di un finestrino del treno…  tutto scorre, si avvicina ed allontana in fretta e tutto è già previsto, la strada segnata, percorsa da migliaia di persone prima e dopo di noi, un destino che sembra ineluttabile, una destinazione inevitabile, quando sai già dove arrivi, basta stare seduto, basta stare fermo. Le cose stanno così, le cose vanno così

Vi sono persone incapaci di cambiare direzione, di scendere dal treno e scegliere un altro viaggio, nuove destinazioni, magari poco frequentate, sentieri improvvisati e senza indicazioni.

Vi sono persone che si fanno guidare dalle stelle e camminano con la luce fredda e bianca della luna, si godono un paesaggio completamente differente, misterioso ed affascinante, quando gli alberi lasciano un’ombra fioca e tutto è così evocativo, silenzioso.

Vi sono persone alla ricerca del proprio percorso, di un sentiero che li chiama, uomini e donne che sentono il freddo nel viso ma sanno che il cammino riscalda, camminano con un passo che sentono giusto, quando il panorama cambia continuamente ma hai il tempo di gustarlo, salutarlo… ed accogliere quel mondo che ti si presenta e sussurra il tuo nome.

Riconoscersi

Queste montagne, ricamate di piante cresciute da terra umida e scura, protese fiere verso l’azzurro ed il sole.

Questi luoghi, attraversati da sentieri tracciati da gente silenziosa e dalle spalle forti.

E poi la roccia nuda, fredda, che si staglia verso il cielo e piano piano si sgretola. Il tempo modifica ogni cosa, per quanto forte e stabile, nel silenzio, nello scorrere dei giorni e delle stagioni…

In questi luoghi mi riconosco e sento di essere profondamente autentico, quella sensazione naturale, tua, quando sei esattamente dove vuoi essere, ed il tempo resta immobile, si dilata… mentre l’aria limpida, pura e profumata riempie la tua essenza, ed il tiepido sole di febbraio accende la speranza della primavera, quando ancora una volta la vita vince ancora su tutto, su noi, su me.

Vorrei essere guardato

Sandro è un adolescente di 14 anni, sta ripetendo il terzo anno della secondaria di primo grado poiché, per problemi di comportamento, gli insegnanti dell’anno precedente hanno decido di bocciarlo.

Sandro una domenica di qualche settimana fa è entrato nella sua scuola con due amici ed ha dato fuoco all’aula di musica, causando numerosi danni. Per questo è stato affidato ad una comunità di recupero per adolescenti con disturbo del comportamento, ma anche lì sta creando non pochi problemi.

Sandro ha un padre che non sente mai, che abita ad una ventina di km da lui ed ha una nuova famiglia, altri figli… la madre è piuttosto ambivalente nella relazione con il figlio, a voce dice di volersi prendere cura e supportare il figlio, ma nei fatti sta decisamente meglio da quando lui non c’è. Sandro ha una strada già segnata e pochi strumenti per cambiare direzione, eppure spesso nelle relazioni con gli adulti è simpatico, educato, ma ha capito che per essere guardato ha bisogno di attivare comportamenti disfunzionali, di fare qualche “cazzata” in modo da essere ammirato e considerato dai suoi coetanei, di sentirsi importante perché nessuno ha il coraggio di fare ciò che lui fa. Non conosce altro modo per sentirsi “amato”, per coinvolgere il padre e chiedere alla madre di amarlo così come è: sbagliato.

Neet

Gianni è un uomo di 31 anni laureato in informatica nel 2014. Abita in una città di medie dimensioni nel nord Italia e le opportunità professionali a cui potrebbe accedere sono numerose ma… Gianni da otto anni rimane sulla porta senza mai il coraggio di varcare la soglia, supera i (pochi) colloqui di lavoro sostenuti ma poi non si presenta in azienda per iniziare il lavoro per il quale viene assunto. Viene “sociologicamente” definito un neet, giovani che non studiano e non lavorano.

Quest’uomo ha un senso di autoefficacia così basso da rimanere immobilizzato, incapace di compiere delle scelte e mettersi alla prova per dimostrare (soprattutto a sé stesso) ciò che realmente è in grado di fare.

Il nonno è un artista piuttosto affermato, il padre un professionista che ha raggiunto una sua dimensione e con quest’ultimo inevitabilmente ci sono dei contrasti poiché il padre vorrebbe che lui trovasse una propria “strada”, un lavoro che gli dia la dignità di esistere.

… “ma tu papà, cosa sai fare”? è la domanda che Gianni pone al padre, ma che in realtà rivolge a se stesso, proiettando sulla figura paterna tutte le incertezze, il disagio e la paura di diventare grande, di mettersi alla prova, di osare ed entrare nel mondo complesso, pauroso degli adulti.

Toy soldiers (soldatini)

Per chi è nato negli anni ‘60 e ’70 del secolo scorso giocare con soldatini era una delle attività preferite, da soli o in compagnia di qualche amico.

I soldatini di plastica erano venduti confezionati in scatole oppure in sacchetti trasparenti, alti qualche centimetro e tutti verdi… i bambini più appassionati e “precisini” li coloravano pazientemente con un pennellino, ma ai più bastava quello che già c’era per accendere la fantasia e mettere in scena guerre epiche.

Erano battaglie già combattute più volte, piene di spari e cannonate, di morti e feriti, erano quelle che avremmo voluto combattere da grandi, sempre dalla parte dei vincitori, dei buoni, senza renderci conto che, in realtà, mettevamo in scena i conflitti che avvenivano dentro di noi, in un’infanzia per alcuni versi spensierata ma per altri complessa, in un mondo da costruire che era soprattutto il nostro mondo interno, che piano piano prendeva forma.

Oggi con i soldatini non ci giochiamo più, sono probabilmente relegati nei nostri ricordi o nei cassetti di un vecchio comodino, ma rimangono, quelli sì, i conflitti interni vissuti nella loro complessità, poiché ci siamo resi conto che in noi si combattono sia i “buoni” che i “cattivi” e che non esistono confini tra i due schieramenti perché entrambi ci appartengono.

Il figlio che non voglio

Giuseppe è padre di un bambino a cui è appena stato diagnosticato un disturbo dello spettro autistico. La diagnosi diventa per alcuni genitori la parola “fine” alle speranze che in fondo il figlio sia solo un po’ in ritardo sulle tappe evolutive, magari “pigro” nel linguaggio, oppure che abbia dei tempi differenti rispetto ad una crescita “tipica”.

Giuseppe non riesce ad accettare che il primogenito maschio non sia come lo immagina, non possa avere una vita “normale”, un futuro di cui essere fiero.

Quest’uomo reagisce con rabbia a questa genitorialità che lo rende profondamente triste ed in cui scorge un rischio depressivo, che si manifesta con sentimenti di rabbia al lavoro, con le maestre dell’infanzia della scuola frequentata dal figlio e naturalmente in casa, mettendo a rischio anche la sua relazione coniugale. Un’emozione distruttiva che diventa antidoto ad una “perdita di aspettative” che rischia di colorare di nero i giorni, gli affetti, le emozioni.

Rabbia ed irritabilità permettono a Giuseppe di “vomitare” all’esterno di sé la delusione cocente per un figlio che non vuole ma a cui “deve” voler bene, ad oggi vive questa ambivalenza tra un “naturale” amore paterno ed il desiderio di andarsene, stare per conto suo, allontanarsi da questo figlio.

Il diritto di esistere

Vi sono persone che vogliono assolutamente assomigliare alle donne, agli uomini “di successo”: si vestono come loro, affrontano profondi interventi chirurgici per cambiare il proprio corpo, il viso ed offrire, comunicare una nuova immagine di sé, come se essere altro significasse avere (finalmente) il diritto di esistere, di essere visto, apprezzato, forse amato.

Queste persone desiderano essere “come” una celebrità, sentirsi finalmente considerate e forse famose, ma non per quello che si è ma per quello che si rappresenta, una maschera che aderisce perfettamente al viso, un personaggio che si sovrappone alla persona, una situazione di forte confusione dove non so più chi sono, chi vorrei essere e l’immagine che desidero gli altri percepiscano di me.

È delegare a qualcuno la responsabilità della propria esistenza, è la disgregazione del sé, della coesione interna e dell’organizzazione psicologica, andare alla ricerca di una felicità che è sempre da un’altra parte, di qualcuno che si accorga che esisto, che sono degno di uno sguardo, mendicare qualche briciola d’amore ma che non riesce mai a saziare una fame antica e potente, un bisogno incolmabile di esistere, di avere un posto nel mondo, di dare un senso alla propria esistenza.

Severino

Sfiorarsi senza mai conoscersi davvero, eppure frammenti di te sono presenti nel mio corpo, nel mio inconscio… dopo 30 anni i silenzi pesano ancora, i ricordi sono lì che piano piano si sfumano, come nuvole che poi scompaiono nei giorni d’estate.

Mi chiedo se sei mai stato felice davvero, se questo è mai avvenuto e in che situazioni, mi chiedo se sei riuscito a dare senso alla tua esistenza, dove avresti davvero voluto essere e con chi, quali i tuoi pensieri più autentici, i desideri più desiderabili. Quali orrori hanno visto i tuoi occhi e cosa hai tenuto dentro che non potevi dire…

Le abitudini a cui eri legato, che davano un ritmo ai giorni, quelle piccole sicurezze a cui probabilmente ti sei aggrappato, forse per non guardare oltre, per non perdere l’equilibrio.

Le scie di ricordi che lasciano le persone dietro sé attraversano i decenni, sono come semi di soffioni che si disperdono nell’aria e noi possiamo coglierli, oppure farli cadere perché nuove piante nascano. Le persone emanano profumi, ricordi, sensazioni, emozioni… sono molto più di ciò che erano.

Cambiare

Paola è una donna oramai sulla sessantina e con una vita sentimentale piuttosto “movimentata”. Dopo un matrimonio naufragato in pochissimo tempo ed un figlio oramai grande di cui ha faticato a prendersi cura, la sua esistenza si è contraddistinta per relazioni durate il tempo di qualche anno con uomini che le garantissero nel contempo stabilità economica e la possibilità di un continuo cambiamento.

Paola dopo una prima fase che possiamo definire “luna di miele” vuole cambiare casa, oppure  cambiare partner, o, perlomeno, i mobili della casa dove vive: sembra che il cambiamento sia necessario per non annoiarsi, perché tutto sembri nuovo e desiderabile… come ha ben espresso Tomasi di Lampedusa nel Gattopardo, “tutto cambia perché nulla cambi”, ossia: se tutto cambia esteriormente, tutto può rimanere com’è, mentre se esteriormente tutto rimane com’è, allora si apre la possibilità di un cambiamento interiore.

Paola ha deciso (o forse non è una scelta consapevole) di non sentire il disagio che vorrebbe manifestarsi, avere dignità di esistenza, quella sete di verità rispetto al sé più autentico che lei soffoca con una nuova casa, con un partner differente, che non le faccia ascoltare la sua essenza. Paola fatica a decidere che non ha bisogno di stampelle per sentire di esistere e diventare finalmente grande.

Luna di giorno

Ci sono persone che, come la luna in pieno giorno, si fanno vedere soltanto se le guardi, se hai la forza di alzare lo sguardo e fermarti ad osservarle. Loro non fanno rumore, splendono di una luce bellissima anche se riflessa, a volte illuminano il tuo ed il loro percorso se hai il coraggio di uscire di notte e camminare lungo le strade non illuminate artificialmente, percepisci la loro presenza quando spegni tutte le luci, quando hai il coraggio di rimanere ad ascoltare il silenzio, di osservare e sorridere delle meraviglie.

Le persone con queste caratteristiche sono preziose, non amano i luoghi affollati, frequentano poco i social e non fanno rumore, si godono la vista della terra da lassù dove siamo tutti piccoli e straordinariamente normali, forse insignificanti.

Le cose più belle si vivono e colgono nelle pieghe dell’esistenze, in un soffio dolce di vento, nell’onda impercettibile del mare, nel fiocco di neve silenzioso e leggero, in una foglia che cresce, nell’ape che si posa nel fiore.

Le verità più profonde si rivelano nelle pieghe delle persone, nei sorrisi autentici e quasi impercettibili, nelle lacrime trattenute, negli sguardi di un attimo.